Berardo de’ Leopardi da Calvi
Pietro de’ Bonanti da Sangemini
Ottone de’ Petricchi da Stroncone
Accursio
Vacuzio e Adiuto della diocesi di Narni
cinque eroici frati (insieme a frate Vitale) entrarono nell’Ordine nel 1213, vestiti delle “serafiche lane” per mano dello stesso Francesco d’Asissi, il quale, in quell’anno, invitato dal Vescovo di Narni, Ugolino, percorse borghi e castelli dell’intero territorio ternano.
Narrano le fonti: «Per la famigliarità, e santa conversazione, ch’ebbero li buoni giovani Berardo, (Ottone, Adiuto, Accursio, Vitale) e Pietro con S. Francesco, e suoi frati, divennero in breve perfetti religiosi, e meritarono ch’esso santo Patriarca l’amasse, e l’elegesse ad imprese grandi».
Il 26 maggio del 1219, giorno di Pentecoste, presso la Porziuncola , ebbe inizio il Capitolo generale dei frati minori.
Alla vigilia del fatidico giorno, le colline intorno ad Assisi e il “querceto” in cui era immersa la Porziuncola erano tutti un brulicare di tonache grigie. E tra quella gioiosa moltitudine, carezzata dai profumi della inoltrata primavera umbra, erano anche Berardo, Pietro, Adiuto, Accursio, Ottone, Vitale, quei giovani frati del “ternano” che, lasciata la Provincia toscana, in cui da alcuni anni operavano, si erano diretti a Santa Maria degli Angeli per l’annuale Capitolo. Probabilmente, giunti nella selva della Porziuncola, avranno riabbracciato quei fratelli oriundi delle loro stesse terre, fra i quali: frate Simone Camporeali da Terni, frate Illuminato di Rocca Accarina, frate Pietro Capitoni Cesi dal Poggio, frate Leonardo delle Terre Arnolfe, frate Matteo e frate Stefano da Narni.
L’indomani, all’alba, ebbe inizio il Capitolo, presieduto dal Cardinale Ugolino dei Conti de’ Segni.
Finite le cerimonie e contemporaneamente alla fase di conoscenza e di incontro tra i “fratres”, si tirarono le somme delle spedizioni ultramontane e ultramarine che erano state decise dal Capitolo del 1217.
Non tutto era andato liscio. I fratelli “missionari” raccontarono le grandi difficoltà incontrate. Però i frutti, seppur sudati, erano stati abbondanti.
Si era narrato anche dei patimenti di alcuni compagni, e, soprattutto, del martirio di un loro giovane fratello: Eletto, ucciso dai musulmani in Egitto.
La vicenda di frate Eletto aveva infiammato gli ascoltatori, perché, in quei tempi, il martirio era considerata una grande “avventura”.
Subito nell’aria aleggiò il fermento di un esercito nuovo, un esercito che, consapevole di aver avuto il battesimo del sangue, desideroso di “amorosa vendetta”, si mostrava impaziente di una grande vittoria, una vittoria da ottenere con la sublime arma del Vangelo.
Nonostante l’appello alla Crociata, lanciato anche da Innocenzo III, Francesco delinea chiaramente un programma di accostamento del mondo musulmano, nello spirito del Vangelo, che viene prescritto nella prima Regola, detta non-bollata. Era la prima volta che, nella storia della Chiesa, si presentava un metodo di apostolato nei confronti dei musulmani, in uno spirito unicamente evangelico; per la prima volta nella Regola di un Ordine religioso si incontrava un capitolo riservato all’evangelizzazione dell’Islam (Rnb 16,42-45).
Nel suo spirito evangelico Francesco sente l’esigenza della carità di portare il Vangelo a tutti gli uomini. I saraceni sono ormai i primi che hanno richiamato le sue preoccupazioni. Ed il Santo assisiate lancia accorati inviti ai suoi fratelli: «Frati miei tutti, ascoltiamo ciò che dice il Signore: “Amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano”. Infatti anche il Signore nostro Gesù Cristo, di cui dobbiamo seguire le orme, chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori. Sono dunque nostri amici tutti coloro che ingiustamente ci infliggono tribolazioni e angustie e ignominie e ingiurie, dolori e sofferenze, martirio e morte, e li dobbiamo amare molto poiché in virtù di ciò che ci fanno, abbiamo la vita eterna».
Francesco, perfetto uomo apostolico ed evangelico, sull’esempio di Cristo e degli Apostoli, vuole che anche i suoi frati, andando come “pecorelle in mezzo ai lupi”, portino ovunque la Buona Novella. Tra l’entusiasmo si decisero, pertanto, le nuove partenze per la Germania , la Francia , l’Ungheria.
Il Poverello, volendo ritentare la “Via del Marocco”, abbandonata qualche anno prima, consapevole della difficoltà dell’impresa, chiamò sei giovani frati, di cui, stando alle cronache, aveva già sperimentato «la somma virtù». Erano essi Berardo da Calvi, Pietro da Sangemini, Ottone da Stroncone, Accursio Vacuzio, Adiuto e Vitale da Narni.
La vicenda dei cinque arditi frati, è contenuta nel “Martyrium quinque fratrum Minorum apud Marochium”, una dettagliatissima relazione sulla testimonianza cruenta dei nostri eroi, compilata, a detta dei critici, da un testimone oculare che, pur non appartenendo all’Ordine, era molto vicino ai suddetti religiosi.
I sei “penitenti”, non senza emozione, alzatisi, si avvicinarono al loro Maestro, il quale, fissandoli negli occhi, disse: «Figli miei diletti, Dio mi ha ordinato di mandarvi nel paese dei Saraceni per confessarvi e predicarvi la sua fede, e per combattere la legge di Maometto. Anch'io andrò tra gli infedeli in un'altra regione, ed invierò altri frati in ogni parte del mondo. Preparatevi dunque, figli miei, a compiere la volontà del Signore».
I prescelti, nel fervore della singolare elezione, prostrati a terra in segno di riverenza, risposero di slancio: ««Padre, disse frate Vitale per tutti, mandaci dove vuoi, perché siamo pronti a compiere la tua volontà, ma tu, Padre, aiutaci con le tue preghiere ad adempiere i tuoi comandi. Perché noi siamo giovani, e non siamo ancora usciti una volta d’Italia, e quel popolo ci è sconosciuto, e sappiamo che odia i cristiani, e noi non conosciamo neppure la lingua di quella gente. E certo quando ci vedranno vestiti così miseramente e cinti di una fune, ci disprezzeranno come pazzi e incapaci di parole di vita; ecco perché noi abbiamo tanto bisogno delle tue preghiere. Oh padre Dolce, come potremo separarci da te? In che modo noi, miseri e orfani, potremo compier senza di te la volontà di Dio, se Egli non ci aiuta con la sua grazia?».
«Andate, figli miei - proseguì Francesco commosso da quella obbedienza -, ponete in Dio la vostra confidenza: è lui che vi manda, egli vi darà; coraggio (...). Siate pazienti nelle tribolazioni ed umili nella prosperità: trionferete in ogni combattimento. Imitate il Cristo nella povertà, nell'obbedienza e nella castità (...). Portate con voi la Regola ed il breviario, e recitate l’Ufficio in modo perfetto. Ubbidite tutti al vostro fratello anziano Vitale».
Ad un tratto l’esortazione si interruppe: come una corda allentata, la voce di Francesco tremò, si abbassò, cambiò tono: l’uomo, con la sua tragica delicatezza, vinceva il maestro ed il santo: «Figli miei, benché la vostra buona volontà mi riempia di gioia, tuttavia il mio cuore non può fare a meno di soffrire per la vostra partenza, perché vi amo, ma bisogna anteporre gli ordini divini ai nostri desideri. Per vostro conforto io vi prego di avere sempre dinanzi agli occhi la passione di nostro Signore. Essa vi animerà e vi fortificherà a soffrire tutto per la sua gloria».
La tristezza di Francesco si comunicò ai giovani partenti come un presentimento di morte. Subito il Santo prese la rivincita, scuotendo con robusta ala di fede la malìa dello scoramento: «Figliuoli miei, abbandonatevi in Dio, poiché Egli, che vi manda, vi darà tutti gli aiuti necessari per compiere la sua volontà».
I sei frati si inginocchiarono, piangendo gli baciarono la mano, gli chiesero la benedizione. Qualche cosa singhiozzava e si torceva nelle loro parole: la giovinezza che si ribellava alla morte.
E San Francesco, con le lacrime agli occhi, li benedisse.
Così, lasciando alle loro spalle la Porziuncola , incamminandosi in direzione della Spagna, partirono i sei Crociati del Marocco, con la testa rasa al sole, i piedi scalzi nel fango e nella polvere, la Regola sul petto e il Crocifisso nel cuore.
Rideva il maggio sulla beata valle spoletana, e tutta la selva intorno alla Porziuncola biondeggiava e odorava di ginestre d’oro, ma davanti ai “nostri” frati c’era solo l’Africa sconosciuta.
Giunti nel Regno di Aragona, caduto malato fra Vitale, proseguirono in cinque. A Coimbra, accolti «con molta carità» dalla Regina Urraca, furono ospitati nel romitaggio di “Dos Olivais”, dove, da alcuni anni (1217), era una comunità francescana.
E in quei giorni avvenne l’incontro tra i nostri eroi ed il giovane canonico agostiniano di Santa Croce di Coimbra: Ferdinando Martinez da Lisbona (futuro Sant’Antonio da Padova!). Era consuetudine dei canonici regolari avvicendarsi nell’accogliere i poveri e i mendicanti che bussavano alla porta della canonica di Santa Croce, per avere un po’ di pane. Un giorno, il giovane agostiniano Ferdinando incontrò degli strani personaggi, vestiti di un saio, ruvido e rattoppato, stretto ai fianchi da un consunto cordiglio. Se ne stavano in fila con gli altri poveri per avere in elemosina il “pane del Signore”, ma si avvertiva in loro qualcosa di diverso: chiedevano con umiltà, si accontentavano di tutto e, con un sorriso solare, ringraziavano dicendo: “Il Signore ti dia Pace!”. Nella loro nullità materiale, emergeva una indefinibile grandezza spirituale.
Quando la curiosità lo spinse a chiedere chi fossero, Ferdinando seppe che provenivano dall’Italia, abitavano da alcuni giorni su una delle colline che sovrastano la città di Coimbra, erano seguaci di “quel” Francesco di Assisi, di cui conosceva la santità.
Ferdinando aveva dunque incontrati i nostri frati alla porta dell’abbazia. E ne aveva subìto, irreversibilmente, il fascino. Certamente avrà parlato con loro, avrà “toccato” con il cuore quella suprema letizia che, come freschissima e dissetante sorgente, scaturiva da quello stupendo vivere il Vangelo nella sua più assoluta integrità.
Da lì a poco, Ferdinando, “attaccate al chiodo” le bianche e pregiate vesti agostiniane, indosserà il ruvido e rattoppato saio francescano con il nome di Antonio.
Dopo una breve sosta al Alamquer, i cinque fraticelli raggiunsero Hispalis (Siviglia), città tenuta dai Saraceni.
Qui tentarono di predicare nella moschea principale; ma il re ordinò di tagliar loro la testa, e soltanto perché addolcito dalle preghiere di suo figlio, li fece soltanto imprigionare. Dalla cima della torre-prigione, essi continuarono a predicare; quindi il re saraceno li espulse dalla città e li inviò nel Marocco, insieme a don Pedro Fernando, fratello di Alfonso II, re del Portogallo.
«I frati (...), entrati nella capitale del Marocco incominciarono immediatamente a predicare il Vangelo alla gente che stava nella piazza della città. Ma avendo il sultano risaputa la cosa, ordinò che venissero messi in prigione, dove restarono per venti giorni senza cibo e bevanda, nutriti solo delle consolazioni divine. Poi il sovrano li fece convocare dinanzi a sè. Ma avendoli trovati fermissimi nella professione della fede cattolica, acceso di sdegno, ordinò che venissero torturati in vari modi e, in luoghi separati, sottoposti a flagelli. Allora gli sgherri, legatili mani e piedi e con le funi al collo, cominciarono a trascinarli per terra, con tanta violenza, che quasi apparivano al di fuori le loro viscere. Sulle loro ferite versarono aceto e olio bollente e infine li gettarono sui loro giacigli ricoperti di frammenti e di rottami, seguitando a tormentarli per tutta la notte. Dopo di ciò il re del Marocco, pieno di furore, ordinò che venissero ricondotti davanti a lui. Incatenati e seminudi furono condotti in presenza del re. Questi, avendoli trovati ancora saldissimi alla fede, allontanate le altre persone, fece entrare alcune donne e cominciò a dire: "Frati, convertitevi alla nostra fede, vi darò queste donne per mogli e molto denaro, e sarete onorati nel mio regno". Ma i beati martiri risposero: "Non vogliamo né le tue donne, né il tuo denaro, ma tutto disprezziamo per amore di Cristo". Allora il sultano montò in furore e, afferrata una scimitarra, separati l'uno dall'altro i santi frati, spaccò loro la testa, vibrando tre colpi sulla loro fronte; li uccise di propria mano». Era il 16 gennaio 1220.
Alcuni cristiani, riusciti a recuperare i corpi martoriati dei cinque eroi, li consegnarono all'infante di Portogallo don Pedro, il quale «ricevute le sacre Reliquie, le fece ponere in un vaso d'argento, e con molta riverenza le mandò alla città di Coimbra in Portogallo, accompagnandole esso per più giornate; & il Signor Iddio per strada dimostrò molti miracoli».Le sante reliquie, accolte con profondo giubilo dagli stessi reggenti portoghesi, giunte a Coimbra, furono poste nel Monastero di Santa Croce.
«Nell’istesso giorno (...) cominciorono li Santi a risplendere con miracoli (...). In questo medesimo giorno il glorioso S. Antonio di Padova, ch'era Canonico in quel Monastero di S. Croce di Coimbra, vedendo tanti miracoli, e desideroso ancora di patir lui il martirio per la fede di Christo, se deliberò pigliar l'habito di S. Francesco». Diverrà Sant’Antonio da Padova, il grande taumaturgo francescano!
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Terni, chiesa di Santa Maria della Pace:
“Il futuro Sant’Antonio da Padova assiste all’arrivo dei corpi dei cinque martiri missionari”
(Stefano di Stasio)
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Quando Francesco venne a conoscenza di quell’altissima testimonianza di fede, esclamò: «Ora posso dire veramente di avere cinque frati». Eppure, più tardi, mentre ascoltava la lettura delle loro gesta, parendogli che alcuni uditori traessero motivo di vanità collettiva da quell’eroismo, fece interrompere la narrazione, dicendo: «Ognuno prenda gloria dal suo proprio martirio, non da quello degli altri!».
Nel 1481 Sisto IV, con la bolla “Cum alias animo”, «havendo presa diligente informatione della santità della vita, et operationi miracolose, fatte da questi cinque Santi Martiri, l’Anno 1481, adì 7 d’Agosto li canonizzò publicamente, e li fece ponere nel Martirologio, e Calendario Romano sotto li sedici di Gennaro, giorno del loro Martirio, e con le seguenti parole: Marrochij in Affrica, passio Sanctorum Martyrum Ordinis Minorum Berardi, Petri, Accursij, Adiuti, et Ottonis».
Paolo Rossi
paolorossi62@tele2.it
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